Home

Pino Bonanno
Mostra a “La Cascina” - 5.12.2001 - Mestre

 Luigina Bortolatto 1999/2000
Alessio Alessandrini 2000
Vittoria Magno 1999
Luigina Bortolatto 1999 
Antonella Alban 1999
Anna Caterina Bellati
Milano, 2 aprile 1998
 
 

ANTOLOGIA CRITICA

Questa sera abbiamo di fronte una personalità artistica/ culturale davvero poliedrica e di grande impegno intellettuale.

Parlare di Franca Battain significa esplorare in profondità le ragioni della vita, i significati, i misteri, le speranze, le lotte dell’umanità con l’angolatura più affilata della conoscenza e dell’intelligenza della donna.

Si, perché al centro dell’atto creativo e dell’azione intellettuale di F. Battain innanzitutto c’é la donna, come origine della vita e come elemento principale e insostituibile di tutta la determinazione storica dell’umanità.

Afferma Carlo Milic che “F. Battain (...) interpreta la sua situazione creativa quale intervento di relazione e manifestazione di un processo fenomenologico che appartiene interamente alla vita. La Battain infatti intende operare entro i termini di Natura, eludendo dunque il confronto contemplativo con il vero...”. Anche se Milic tutto ciò lo riferisce come riflessione alla mostra “Vulcani”, tenuta all’Art Gallery di Trieste, dobbiamo rilevare che il rifiuto dell’artista alla contemplazione della realtà è la premessa indispensabile per capire il suo impegno civile e il suo agire creativo nel continuo rapporto tra “vuoto e tempo”.

Per incominciare a capire il suo spessore culturale dobbiamo, allora, ricordarci di avere di fronte un’artista multimediale che spazia dalla pittura alla scultura, dalla grafica alla poesia, al video, alle installazioni e alla critica d’arte.

Dunque, una circolarità intellettuale che tutto esplora e tutto coglie come motivazione della sua presenza. Ella trasforma la sua energia vitale, il suo bisogno di esistenza in segni dinamici, corposi e privi di cadute decorative, attenti a percepire il minimo sobbalzo primordiale, a rappresentare tutti i possibili mutamenti umorali dell’umanità.

Giustamente sottolinea Batacchi che “Franca Battain è il tipico esempio dell’artista moderno, che si nutre di cronaca e di cognizione (...) e lotta per contribuire alle trasformazioni, per testimoniare un ruolo attivo dei soggetti privilegiati (detentori del potere) (...). Lo fa con i preziosi strumenti di cui è dotata, la parola e il segno”. Cominciando ad usare la parola come forza rivelatrice, ma anche come vuoto panico che tutto avvolge e sconvolge. Sono sorprendenti e rivelatori della sua poetica questi due suoi versi:

 “Vorrei possedere il giorno e la notte
 e
 il Silenzio dei Silenzi”
.

Ecco il rapporto fra vuoto e tempo di cui si accennava prima! Questo insaziabile bisogno di percorrere in verticale e all’interno dei primi albori della vita, anzi, prima ancora del prevagito, il senso ultimo dei significati, dei nessi e dell’agire dell’umanità.

Ed è enormemente impellente il suo bisogno di conoscenza tanto da farle oltrepassare il limite dell’attesa, condizione sempre da lei rifiutata, e manifestare tutta la sostanza della sua volontà creativa con i versi:

“Vorrei possedere
 il Senso dei sensi
 nella penombra della Notte
vorrei possedere
un Raggio di Luce
all’alba del Giorno
nell’aurora del Sentire
nel Mezzogiorno della Vita
nel tramonto della Quiete
 nella Notte delle Notti
 nell’oscurità della Luce”.

Sono versi / segni, versi / pittura, versi / scultura, sono la piccozza con cui F. Battain attacca la difficile salita della conoscenza e comunicarci la determinata volontà ad agire per capire / svelare / trasformare.

Ma soprattutto per argomentare “messaggi evocativi” con cui affrontare temi vastissimi che le permettano di spaziare dalla psicosintesi alle ricerche yoga, dagli studi psicoanalitici al femminismo, dall’aspetto biopsichico-spirituale del segno-colore alle scritture prenatali, dal pacifismo ai temi ecologici.

Messaggi che arrivano sempre dopo un lunghissimo processo di analisi e sedimentazione, in cui affiorano incertezze, intuizioni, osservazioni, proposte che rappresentano l’humus per le creazioni letterarie, pittoriche.

Nel suo fare creativo F. Battain non è mai consolatoria, contemplativa (dicevamo), memoriale, ma insiste con forza e caparbietà a riflettere sulla frattura profonda tra ciò che la donna ha sognato, che fa fatica a realizzarsi perché potere ed egoismo prendono il sopravvento, e la realtà. Una consapevolezza amara che apre gli occhi, a chi è in attesa, sulla presenza della donna nella società, sulla difficoltà di vivere.

Ella non attraversa il campo della vita, ma cerca di viverlo in tutta la sua estensione.

Nell’opera complessiva di F. Battain, dunque, emerge con forza l’aspetto drammatico della vita, ma ella cerca sempre di rispondere alla delusione e al dolore con l’impegno civile, con la forza delle sue argomentazioni, con le esplorazioni creative originali e persuasive.

Il suo impegno intellettuale ed artistico oscilla sempre dalla crudeltà della storia umana e personale alla speranza di un cambiamento che coinvolga gli altri e attraverso cui Battain stessa si sente in fondo accompagnata.

Il ricorso continuo alla simbologia natura-vita serve poi all’artista per spiegare le sue consapevolezze. Di fronte al disinganno, sembra dire Battain, l’artista non deve soccombere, ma interrogarsi correttamente circa l’utopia desiderata, senza nascondersi di fronte alle difficoltà o agli ostacoli.

Ecco allora che ritornano i suoi versi “Vorrei possedere...” che fanno da eco a una sorta di contratto impegno a favore della donna e dei diritti violati e non realizzati.

Davanti a questa assenza Battain non risponde, dicevamo, con lo smarrimento, ma con la scelta personale, coerentemente al suo stile di vita e di scrittura.

Forse si sente inerme di fronte al deserto, però resiste e non ascolta le “sirene” del potere e del disimpegno.

Il deserto viene affrontato. Battain non si nasconde in un comodo rifugio, consapevole di essere “un’artista moderno”.

È anche questo, in definitiva, il senso ultimo della lotta più dura e spesso impari che Battain, come altri artisti contemporanei, è impegnata a sostenere fino in fondo: contro la solitudine, il deserto.

L’artista crede ancora nel significato dei valori se questi rappresentano il primordiale bisogno del riscatto, della libertà, della tolleranza, dell’uguaglianza, della libera creatività.

E lo sottolinea sempre con tanta “forza comunicativa, tanta passione ideale, tanto interiore fermento, tanta capacità di caricare parole, luci, cromatismi, pennellate” (Carlo Savini).

A “La Cascina”, l’artista ha deciso di presentare opere che vanno dal 1998 al 2001 sulla iconografia della “scarpa da donna”. Sono 7 quadri di varia tecnica, un mosaico di 15 quadri e un polittico di 4.

La scelta del tema della “scarpa” è ormai datata e risale

alla seconda metà degli anni novanta, ma che continua con sorprendente vigore simbolico ed accesa energia cromatica.

Ella, con questo tema, ha deciso di continuare a parlare della donna attraverso uno dei simboli più emblematici della femminilità. A questo tema ci arriva dopo un lungo percorso di ricerca attorno alle fiabe “Cenerentola” e “Scarpette rosse”.

La scarpa, come simbolo / feticcio è l’occasione per ribadire, in chiave ironica o con forti timbrature espressive il suo impegno di donna e di artista.

L’allusività delle opere mette in moto sottili percorsi psicologici che allontanano lentamente la nostra mente dall’oggetto descritto per sollecitare nuove domande, vecchi ammiccamenti, diverse coincidenze, continue fughe nella fantasia e il tutto sulla base di una precisa scelta dell'artista: rappresentare ironicamente o con impegno civile da intellettuale un mondo di assenza, rivolto esclusivamente ad evocare, a liberare colori e segni di una cultura perennemente in bilico, a recuperare una espressività fatta di coerenza e rivendicazioni.

Roberto Garbisa descrive così l’armonico sviluppo dell’opera di F. Battain: “Segni-disegni-creazioni-mondovalore- cultura”. E per l’artista il segno o la creazione hanno sempre un preciso valore di verità o di scoperta. In queste opere recenti l’artista, puntando decisamente su una forte presenza del rosso cromatico, intende continuare a vivere il proprio sviluppo artistico/genetico attraverso il colore del sangue, il colore della forza interiore che preme per generare, sviluppare e trasformare. Le composizioni sono arricchite da pennellate incisive, circolari, liberate da ogni intendimento trattenuto e decorativo proprio per sottolineare, se ancora ce ne fosse bisogno, l’inesauribile ricerca di libertà per sé e per tutte le donne del mondo.

Guardando queste opere, si aprono improvvisi scenari fra amore e invettiva, stupore e meraviglia, tenera vibrazione e tensione emotiva, eroismo e paura, alternandosi e combattendosi vorticosamente come se fossero condizioni psicologiche premature e decantate, come se fossero le prime luci della vita o la nebulosa dello smarrimento e del Silenzio.

Ed è ancora, prima per Battain e poi per noi, canto dolente e liberatorio per continuare a vivere, per continuare a sperare che attraverso il lume della ragione e del cuore si possa creare per un desiderio di “estasi”, di vita vissuta nella dimensione dell’anelito e del sogno.

Contrariamente a quanto sosteneva Hölderlin, “dal momento che il segno, in se stesso privo di significato, viene posto = 0, anche l’originario, ovvero il fondo nascosto di ogni cosa, può allora farsi presente”, per Battain il simbolo/feticcio della scarpa disvela il concetto, l’idea, il presente per farsi altro e per significare l’immanenza di un sapere universale di riscatto e di liberazione.

E il presente, per l’artista, pesa con tutte le sue vergogne, limitazioni, costrizioni, umiliazioni in cui la donna continua a testimoniare la follia degli uomini, tutta l’arroganza di un mondo che diviene negazione. Ecco che allora incombe come un macigno l’apparizione allusiva del burqa nelle opere collocate nello spazio circolare della sala e si fa visibile l’oltranza, il luogo di caduta e di strapiombamento attraverso cui l’arte mostra la realtà.

È propriamente una crepa quell’ambito su cui la Battain insiste a fissare il suo e il nostro sguardo, quel mediante che apre e chiude stagioni perenni della vita.

Non una vita generica e universale, ma la vita specifica della donna e della sua condizione relazionata.

Per cui la relazione è differenza, durezza, necessità creativa, opacità e trasparenza.

Lo zero hölderliniano per la nostra artista, a questo punto, si configura come effetto di una cancellazione che lo precede. Confliggendo con esso, il simbolo/concetto testimonia l’essenza della prima pronuncia, del primo balbettìo: la verità che nel suo divenire storico splende.

L’arte, strumento o finalità, per la Battain è destinata ad accogliere in sé, istituendole, alterità e identità insieme: proprio perché non conosce sospensioni, serenità, riposo.

Seme e terra, capace di germinare, l’arte mantiene in sé l’ombra e la proiezione che sta alle sue radici e che impedisce alla “consuetudine storica” di assumere il volto pacificatore del destino o rifluire nell’amorfismo del tempo.

La “grandezza” artistica di F. Battain, infine, consiste nella sua capacità di infliggere all’autobiografismo descrittivo una sonora ritirata in quanto ha un’enorme duttilità ad esprimere gli eventi sempre in assenza di una forzatura personale.

Ella esprime l’evento di un mondo che le appartiene, ma in cui le singole soggettività per diventare evidenti e convincenti si autouniversalizzano incombendo e perciò invadendo.

La sua distanza dagli eventi si misura dall’interno del concetto stesso degli eventi. Il suo coinvolgimento si disvela, sostanzialmente, antropologicamente e socialmente.

Ai soggetti dedica continuamente un’interazione significante oltre ogni riferimento temporale e una idealità di forma e di maniera.

Essi acquistano, invece, anche attraverso la cosiddetta semplice forma della scarpa, un loro proprio spessore, una densità e una risonanza storica in quanto inducono indagini, curiosità, presa di coscienza.

Sta in tutto questo “suggerimento” dell’artista la capacità di significanza dei suoi lavori.

Essi accendono la luce della identità, un lumen naturale, un ardore, una fosforescenza che tutto racchiude, che disvela il senso di una presenza e riempie la storia, rendendo la verità riconoscibile.

Forse il colore rosso, di cui accennavamo, e che ricorre spesso nelle sue opere come un presentimento, indica, in un puro significante privo d’ogni forzatura espressiva, il suo inconscio/razionale che la accende e la guida per erodere l’ipocrisia e bruciare tutte le povertà dei nascosti e palesi cosidetti poteri della società dominante.

Pino Bonanno
Mostra a “La Cascina” - 5.12.2001 - Mestre

|inizio pagina|

___***___

... Sulla concezione del tempo lineare si costruisce invece la tradizione giudaico-cristiana e islamica.

In questo sistema, per l’inevitabile oppressione del tempo è sorta l’ideologia della leggerezza, quale liberazione dal peso della cultura, delle tradizioni.

Con le nuove tecnologie il futuro si prospetta sotto questo segno: comunicazione digitale, informatica, internet, proiezione nella virtualità. Ne consegue il rischio di non dare importanza alla realtà densa del reale.

Qualora la leggerezza non si identifichi con l’indifferenza, si possono scoprire in essa qualità etiche.

Il fascino per la cultura di massa tuttavia, mescolando la cultura universale, può annullare i giudizi di valore.

L’idea elaborata si contrappone alla leggerezza, idea non chiamata. In questa visione la scarpetta di Cenerentola, oggetto dell’effimero della moda, indossata da Blimunda, non si dissolve allo scoccare dell’ora zero, nel giorno zero, dell’anno zero, come spiega ironicamente la Battain ...

Luigina Bortolatto 1999/2000

|inizio pagina|

 

___***___

... L’oca è come una raffinata contessa sorpresa però a sciabattare per casa. Nobile si, col suo collo aristocratico, coi pingui fianchi matronali, ma quando cammina l’ineludibile fatto di essere un palmipede le toglie tutta l’eleganza che meriterebbe. Così, invece di ancheggiare seducente, caracolla goffa trascinando quei bassi pedalini di cui l’ha dotata madre natura.

Franca Battain per una volta, come la fata di Cenerentola, le ha fornito la scarpetta col tacco a spillo: un tocco di lifting e due inedite zampine le sono spuntate come per incanto. Così ha tutto un altro portamento.

Adesso la sua bellezza è completa. “Abbiamo fatto il becco all’oca” direbbe San Bernardino intendendo che finalmente si è portato a compimento il lavoro. In questo caso, invece del becco, le abbiamo fatto i piedi...

L’omaggio all’oca di Franca Battain, che si moltiplica in 43 diversi piatti dipinti, è come un atto d’amore ...

Alessio Alessandrini 2000

 

|inizio pagina|

___***___

... Le Veneri 2000 danzanti: tre piedi di donna calzati all’ultima moda che danzano sull’acqua. Un messaggio in questa tua opera? Ho inteso riprendere in chiave moderna il mito di Venere che nasce dall’acqua. La donna del futuro rinasce dalle acque e cammina da se ...”

Vittoria Magno 1999

 

|inizio pagina|

___***___

... Con arguzia ironica Franca Battain torna al momento conoscitivo dell’arte che privilegia il ragionamento

rispetto all’opera con risultati apparentemente leggeri.

In effetti le immagini, familiari e semplici, spesso frammentate, sono esaurienti processi di denuncia e attiva partecipazione sociale pur con mezzi trasversali ...

Luigina Bortolatto 1999

 

|inizio pagina|

___***___

... La pittura di Franca Battain è facilmente riconoscibile, poiché la pittrice introduce un motivo, quello delle scarpe, che connota da un pò di tempo la sua ricerca, come meditazione su una prospettiva più ampia che riguarda l’universo femminile. Le tinte usate, poche per la verità (bianco, nero, rosso, blu), suggeriscono questa volontà comunicativa che si manifesta nella resa di immagini contornate da segni ben evidenti, che servono per delimitare il campo e rendere maggiormente pregnanti le forme ...

Antonella Alban 1999

 

|inizio pagina|

___***___

... Quello che invece colpisce e insieme diverte (nel senso di spostare altrove il pensiero) nell’ultima produzione di Franca Battain (Portogruaro, 1945) è la scelta, intanto mentale, di parlare della donna attraverso uno dei simboli che maggiormente alludono alla femminilità: le scarpe. Partita dal tema di due fiabe, “Cenerentola” e “Scarpette rosse”, oggi Battain gioca con questo feticcio usando tratti veloci e sicuri. Il tema, specialmente se si guardano più opere insieme (hanno piccole dimensioni, ma possono essere composte) diventa ritmico e trasmette allo spettatore allegria e una continua sollecitazione psicologica.

Le donne, proprietarie di queste calzature sciccose, sexi, importanti, maliziose... sono altrove, ma come Cenerentola hanno lasciato una firma della propria essenza. Impossibile non ricordare la cartellonistica di Lautrec. Anche Battain punta il dito sulla significativa artificialità di fondo del mondo in cui viviamo. Di chi sono le scarpe abbandonate in queste opere contenitore?

Sono di ballerine, attrici, cantanti, prostitute, signore audaci, donne in carriera... e comunque diventano corifei della nostra intramontabile “comédie humaine”.

Una commedia in cui gli uomini hanno il compito di inseguirle ...

Anna Caterina Bellati
Milano, 2 aprile 1998

|inizio pagina|

 

-