ANTOLOGIA CRITICA
Questa sera abbiamo di fronte una personalità artistica/
culturale davvero poliedrica e di grande impegno intellettuale.
Parlare di Franca Battain significa esplorare in profondità le
ragioni della vita, i significati, i misteri, le speranze, le lotte
dell’umanità con l’angolatura più affilata della conoscenza e
dell’intelligenza della donna.
Si, perché al centro dell’atto creativo e dell’azione
intellettuale di F. Battain innanzitutto c’é la donna, come
origine della vita e come elemento principale e insostituibile di
tutta la determinazione storica dell’umanità.
Afferma Carlo Milic che “F. Battain (...) interpreta la sua
situazione creativa quale intervento di relazione e manifestazione
di un processo fenomenologico che appartiene interamente alla vita.
La Battain infatti intende operare entro i termini di Natura,
eludendo dunque il confronto contemplativo con il vero...”.
Anche se Milic tutto ciò lo riferisce come riflessione alla mostra
“Vulcani”, tenuta all’Art Gallery di Trieste, dobbiamo
rilevare che il rifiuto dell’artista alla contemplazione della
realtà è la premessa indispensabile per capire il suo impegno
civile e il suo agire creativo nel continuo rapporto tra “vuoto e
tempo”.
Per incominciare a capire il suo spessore culturale dobbiamo,
allora, ricordarci di avere di fronte un’artista multimediale che
spazia dalla pittura alla scultura, dalla grafica alla poesia, al
video, alle installazioni e alla critica d’arte.
Dunque, una circolarità intellettuale che tutto esplora e tutto
coglie come motivazione della sua presenza. Ella trasforma la sua
energia vitale, il suo bisogno di esistenza in segni dinamici,
corposi e privi di cadute decorative, attenti a percepire il minimo
sobbalzo primordiale, a rappresentare tutti i possibili mutamenti
umorali dell’umanità.
Giustamente sottolinea Batacchi che “Franca Battain è il
tipico esempio dell’artista moderno, che si nutre di cronaca e di
cognizione (...) e lotta per contribuire alle trasformazioni, per
testimoniare un ruolo attivo dei soggetti privilegiati (detentori
del potere) (...). Lo fa con i preziosi strumenti di cui è dotata,
la parola e il segno”. Cominciando ad usare la
parola come forza rivelatrice, ma anche come vuoto panico che tutto
avvolge e sconvolge. Sono sorprendenti e rivelatori della sua
poetica questi due suoi versi:
“Vorrei possedere il giorno e la notte
e
il Silenzio dei Silenzi”.
Ecco il rapporto fra vuoto e tempo di cui si accennava prima!
Questo insaziabile bisogno di percorrere in verticale e all’interno
dei primi albori della vita, anzi, prima ancora del prevagito, il
senso ultimo dei significati, dei nessi e dell’agire dell’umanità.
Ed è enormemente impellente il suo bisogno di conoscenza tanto
da farle oltrepassare il limite dell’attesa, condizione sempre da
lei rifiutata, e manifestare tutta la sostanza
della sua volontà creativa con i versi:
“Vorrei possedere
il Senso dei sensi
nella penombra della Notte
vorrei possedere
un Raggio di Luce
all’alba del Giorno
nell’aurora del Sentire
nel Mezzogiorno della Vita
nel tramonto della Quiete
nella Notte delle Notti
nell’oscurità della Luce”.
Sono versi / segni, versi / pittura, versi / scultura, sono la
piccozza con cui F. Battain attacca la difficile salita della
conoscenza e comunicarci la determinata volontà ad agire per capire
/ svelare / trasformare.
Ma soprattutto per argomentare “messaggi evocativi” con cui
affrontare temi vastissimi che le permettano di spaziare dalla
psicosintesi alle ricerche yoga, dagli studi psicoanalitici al
femminismo, dall’aspetto biopsichico-spirituale del segno-colore
alle scritture prenatali, dal pacifismo ai temi ecologici.
Messaggi che arrivano sempre dopo un lunghissimo processo di
analisi e sedimentazione, in cui affiorano incertezze, intuizioni,
osservazioni, proposte che rappresentano l’humus per le creazioni
letterarie, pittoriche.
Nel suo fare creativo F. Battain non è mai consolatoria,
contemplativa (dicevamo), memoriale, ma insiste con forza e
caparbietà a riflettere sulla frattura profonda tra ciò che la
donna ha sognato, che fa fatica a realizzarsi perché potere ed
egoismo prendono il sopravvento, e la realtà. Una consapevolezza
amara che apre gli occhi, a chi è in attesa, sulla presenza
della donna nella società, sulla difficoltà di vivere.
Ella non attraversa il campo della vita, ma cerca di viverlo in
tutta la sua estensione.
Nell’opera complessiva di F. Battain, dunque, emerge con forza
l’aspetto drammatico della vita, ma ella cerca sempre di
rispondere alla delusione e al dolore con l’impegno civile, con la
forza delle sue argomentazioni, con le esplorazioni creative
originali e persuasive.
Il suo impegno intellettuale ed artistico oscilla sempre dalla
crudeltà della storia umana e personale alla speranza di un
cambiamento che coinvolga gli altri e attraverso cui Battain stessa
si sente in fondo accompagnata.
Il ricorso continuo alla simbologia natura-vita serve poi all’artista
per spiegare le sue consapevolezze. Di fronte al disinganno, sembra
dire Battain, l’artista non deve soccombere, ma interrogarsi
correttamente circa l’utopia desiderata, senza nascondersi di
fronte alle difficoltà o agli ostacoli.
Ecco allora che ritornano i suoi versi “Vorrei
possedere...” che fanno da eco a una sorta di contratto
impegno a favore della donna e dei diritti violati e non realizzati.
Davanti a questa assenza Battain non risponde, dicevamo, con lo
smarrimento, ma con la scelta personale, coerentemente al suo stile
di vita e di scrittura.
Forse si sente inerme di fronte al deserto, però resiste
e non ascolta le “sirene” del potere e del disimpegno.
Il deserto viene affrontato. Battain non si nasconde in un
comodo rifugio, consapevole di essere “un’artista moderno”.
È anche questo, in definitiva, il senso ultimo della lotta più
dura e spesso impari che Battain, come altri artisti contemporanei,
è impegnata a sostenere fino in fondo: contro la solitudine, il deserto.
L’artista crede ancora nel significato dei valori se questi
rappresentano il primordiale bisogno del riscatto, della libertà,
della tolleranza, dell’uguaglianza, della libera creatività.
E lo sottolinea sempre con tanta “forza comunicativa, tanta
passione ideale, tanto interiore fermento, tanta capacità di
caricare parole, luci, cromatismi, pennellate” (Carlo Savini).
A “La Cascina”, l’artista ha deciso di presentare opere che
vanno dal 1998 al 2001 sulla iconografia della “scarpa da
donna”. Sono 7 quadri di varia tecnica, un mosaico di 15
quadri e un polittico di 4.
La scelta del tema della “scarpa” è ormai datata e risale
alla seconda metà degli anni novanta, ma che continua con
sorprendente vigore simbolico ed accesa energia cromatica.
Ella, con questo tema, ha deciso di continuare a parlare della
donna attraverso uno dei simboli più emblematici della
femminilità. A questo tema ci arriva dopo un lungo percorso di
ricerca attorno alle fiabe “Cenerentola” e “Scarpette rosse”.
La scarpa, come simbolo / feticcio è l’occasione per ribadire,
in chiave ironica o con forti timbrature espressive il suo impegno
di donna e di artista.
L’allusività delle opere mette in moto sottili percorsi
psicologici che allontanano lentamente la nostra mente dall’oggetto
descritto per sollecitare nuove domande, vecchi ammiccamenti,
diverse coincidenze, continue fughe nella fantasia e il tutto sulla
base di una precisa scelta dell'artista: rappresentare ironicamente
o con impegno civile da intellettuale un mondo di assenza,
rivolto esclusivamente ad evocare, a liberare colori e segni di una
cultura perennemente in bilico, a recuperare una espressività fatta
di coerenza e rivendicazioni.
Roberto Garbisa descrive così l’armonico sviluppo dell’opera
di F. Battain: “Segni-disegni-creazioni-mondovalore- cultura”. E
per l’artista il segno o la creazione hanno sempre un preciso
valore di verità o di scoperta. In queste opere recenti l’artista,
puntando decisamente su una forte presenza del rosso cromatico,
intende continuare a vivere il proprio sviluppo artistico/genetico
attraverso il colore del sangue, il colore della forza interiore che
preme per generare, sviluppare e trasformare. Le composizioni sono
arricchite da pennellate incisive, circolari, liberate da ogni
intendimento trattenuto e decorativo proprio per sottolineare, se
ancora ce ne fosse bisogno, l’inesauribile ricerca di libertà per
sé e per tutte le donne del mondo.
Guardando queste opere, si aprono improvvisi scenari fra amore e
invettiva, stupore e meraviglia, tenera vibrazione e tensione
emotiva, eroismo e paura, alternandosi e combattendosi
vorticosamente come se fossero condizioni psicologiche premature e
decantate, come se fossero le prime luci della vita o la nebulosa
dello smarrimento e del Silenzio.
Ed è ancora, prima per Battain e poi per noi, canto dolente e
liberatorio per continuare a vivere, per continuare a sperare che
attraverso il lume della ragione e del cuore si possa creare per un
desiderio di “estasi”, di vita vissuta nella
dimensione dell’anelito e del sogno.
Contrariamente a quanto sosteneva Hölderlin, “dal momento che
il segno, in se stesso privo di significato, viene posto = 0, anche
l’originario, ovvero il fondo nascosto di ogni cosa, può allora
farsi presente”, per Battain il simbolo/feticcio della scarpa
disvela il concetto, l’idea, il presente per farsi altro e per
significare l’immanenza di un sapere universale di riscatto e di
liberazione.
E il presente, per l’artista, pesa con tutte le sue vergogne,
limitazioni, costrizioni, umiliazioni in cui la donna continua a
testimoniare la follia degli uomini, tutta l’arroganza di un mondo
che diviene negazione. Ecco che allora incombe come un macigno l’apparizione
allusiva del burqa nelle opere collocate nello spazio
circolare della sala e si fa visibile l’oltranza, il luogo di
caduta e di strapiombamento attraverso cui l’arte mostra la
realtà.
È propriamente una crepa quell’ambito su cui la Battain
insiste a fissare il suo e il nostro sguardo, quel mediante che
apre e chiude stagioni perenni della vita.
Non una vita generica e universale, ma la vita specifica della
donna e della sua condizione relazionata.
Per cui la relazione è differenza, durezza, necessità creativa,
opacità e trasparenza.
Lo zero hölderliniano per la nostra artista, a questo punto, si
configura come effetto di una cancellazione che lo precede.
Confliggendo con esso, il simbolo/concetto testimonia l’essenza
della prima pronuncia, del primo balbettìo: la verità che nel suo
divenire storico splende.
L’arte, strumento o finalità, per la Battain è destinata ad
accogliere in sé, istituendole, alterità e identità insieme:
proprio perché non conosce sospensioni, serenità, riposo.
Seme e terra, capace di germinare, l’arte mantiene in sé l’ombra
e la proiezione che sta alle sue radici e che impedisce alla “consuetudine
storica” di assumere il volto pacificatore del destino o rifluire
nell’amorfismo del tempo.
La “grandezza” artistica di F. Battain, infine, consiste
nella sua capacità di infliggere all’autobiografismo descrittivo
una sonora ritirata in quanto ha un’enorme duttilità ad esprimere
gli eventi sempre in assenza di una forzatura personale.
Ella esprime l’evento di un mondo che le appartiene, ma in cui
le singole soggettività per diventare evidenti e convincenti si
autouniversalizzano incombendo e perciò invadendo.
La sua distanza dagli eventi si misura dall’interno del
concetto stesso degli eventi. Il suo coinvolgimento si disvela,
sostanzialmente, antropologicamente e socialmente.
Ai soggetti dedica continuamente un’interazione significante
oltre ogni riferimento temporale e una idealità di forma e di
maniera.
Essi acquistano, invece, anche attraverso la cosiddetta semplice
forma della scarpa, un loro proprio spessore, una densità e una
risonanza storica in quanto inducono indagini, curiosità, presa di
coscienza.
Sta in tutto questo “suggerimento” dell’artista la
capacità di significanza dei suoi lavori.
Essi accendono la luce della identità, un lumen naturale,
un ardore, una fosforescenza che tutto racchiude, che disvela il
senso di una presenza e riempie la storia, rendendo la verità
riconoscibile.
Forse il colore rosso, di cui accennavamo, e che ricorre spesso
nelle sue opere come un presentimento, indica, in un puro
significante privo d’ogni forzatura espressiva, il suo
inconscio/razionale che la accende e la guida per erodere l’ipocrisia
e bruciare tutte le povertà dei nascosti e palesi cosidetti poteri
della società dominante.
Pino Bonanno
Mostra a “La Cascina” - 5.12.2001 - Mestre
|inizio pagina|
___***___
... Sulla concezione del tempo lineare
si costruisce invece la tradizione giudaico-cristiana e islamica.
In questo sistema, per l’inevitabile oppressione del tempo è
sorta l’ideologia della leggerezza, quale liberazione dal peso
della cultura, delle tradizioni.
Con le nuove tecnologie il futuro si prospetta sotto questo
segno: comunicazione digitale, informatica, internet, proiezione
nella virtualità. Ne consegue il rischio di non dare importanza
alla realtà densa del reale.
Qualora la leggerezza non si identifichi con l’indifferenza, si
possono scoprire in essa qualità etiche.
Il fascino per la cultura di massa tuttavia, mescolando la
cultura universale, può annullare i giudizi di valore.
L’idea elaborata si contrappone alla leggerezza, idea non
chiamata. In questa visione la scarpetta di Cenerentola, oggetto
dell’effimero della moda, indossata da Blimunda, non si dissolve
allo scoccare dell’ora zero, nel giorno zero, dell’anno zero,
come spiega ironicamente la Battain ...
Luigina Bortolatto 1999/2000
|inizio
pagina|
___***___
... L’oca è come una raffinata contessa sorpresa però a
sciabattare per casa. Nobile si, col suo collo aristocratico, coi
pingui fianchi matronali, ma quando cammina l’ineludibile fatto di
essere un palmipede le toglie tutta l’eleganza che meriterebbe.
Così, invece di ancheggiare seducente, caracolla goffa trascinando
quei bassi pedalini di cui l’ha dotata madre natura.
Franca Battain per una volta, come la fata di Cenerentola, le ha
fornito la scarpetta col tacco a spillo: un tocco di lifting e due
inedite zampine le sono spuntate come per incanto. Così ha tutto un
altro portamento.
Adesso la sua bellezza è completa. “Abbiamo fatto il becco all’oca”
direbbe San Bernardino intendendo che finalmente si è portato a
compimento il lavoro. In questo caso, invece del becco, le abbiamo
fatto i piedi...
L’omaggio all’oca di Franca Battain, che si moltiplica in 43
diversi piatti dipinti, è come un atto d’amore ...
Alessio Alessandrini 2000
|inizio
pagina|
___***___
... Le Veneri 2000 danzanti: tre piedi di donna calzati all’ultima
moda che danzano sull’acqua. Un messaggio in questa tua opera? Ho
inteso riprendere in chiave moderna il mito di Venere che nasce dall’acqua.
La donna del futuro rinasce dalle acque e cammina da se ...”
Vittoria Magno 1999
|inizio
pagina|
___***___
... Con arguzia ironica Franca Battain torna al momento
conoscitivo dell’arte che privilegia il ragionamento
rispetto all’opera con risultati apparentemente leggeri.
In effetti le immagini, familiari e semplici, spesso frammentate,
sono esaurienti processi di denuncia e attiva partecipazione sociale
pur con mezzi trasversali ...
Luigina Bortolatto 1999
|inizio
pagina|
___***___
... La pittura di Franca Battain è facilmente riconoscibile,
poiché la pittrice introduce un motivo, quello delle scarpe, che
connota da un pò di tempo la sua ricerca, come meditazione su una
prospettiva più ampia che riguarda l’universo femminile. Le tinte
usate, poche per la verità (bianco, nero, rosso, blu), suggeriscono
questa volontà comunicativa che si manifesta nella resa di immagini
contornate da segni ben evidenti, che servono per delimitare il
campo e rendere maggiormente pregnanti le forme ...
Antonella Alban 1999
|inizio
pagina|
___***___
... Quello che invece colpisce e insieme diverte (nel senso di
spostare altrove il pensiero) nell’ultima produzione di Franca
Battain (Portogruaro, 1945) è la scelta, intanto mentale, di
parlare della donna attraverso uno dei simboli che maggiormente
alludono alla femminilità: le scarpe. Partita dal tema di due
fiabe, “Cenerentola” e “Scarpette rosse”, oggi Battain gioca
con questo feticcio usando tratti veloci e sicuri. Il tema,
specialmente se si guardano più opere insieme (hanno piccole
dimensioni, ma possono essere composte) diventa ritmico e trasmette
allo spettatore allegria e una continua sollecitazione psicologica.
Le donne, proprietarie di queste calzature sciccose, sexi,
importanti, maliziose... sono altrove, ma come Cenerentola hanno
lasciato una firma della propria essenza. Impossibile non ricordare
la cartellonistica di Lautrec. Anche Battain punta il dito sulla
significativa artificialità di fondo del mondo in cui viviamo. Di
chi sono le scarpe abbandonate in queste opere contenitore?
Sono di ballerine, attrici, cantanti, prostitute, signore audaci,
donne in carriera... e comunque diventano corifei della nostra
intramontabile “comédie humaine”.
Una commedia in cui gli uomini hanno il compito di inseguirle ...
Anna Caterina Bellati
Milano, 2 aprile 1998
|inizio
pagina|
|