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IL  CAMMINO DELL'ANIMA
Paolo Rizzi

La prima impressione è di disorientamento, persino di disagio. Che ci stanno a fare quelle scarpette rosse? Cosa significano quelle orme d’un piede femminile? Poi, magari con l’aiuto di qualche didascalia o della voce suadente di Franca Battain, si comincia a capire: o meglio si entra nel miracolo che la pittura fa dolcemente lievitare davanti ai nostri occhi. L’immagine si tramuta, pian piano, in metafora; e la metafora in poesia.

In un grande dipinto appare, pur avvolta nello spazio cosmico, la sagoma inconfondibile della Basilica veneziana della Salute. Non è un’architettura soltanto: è il simbolo primo del miracolo. La Vergine salvò tre secoli fa, la città dalla peste. In alto svetta una grande cometa bianca e gialla, su cui si inseriscono ritmicamente alcune scarpette rosse. Sono le scarpette della Madonna: la cui forma è desunta cripticamente da un’antica reliquia conservata in un convento spagnolo. Tutto appare chiaro: sia i passi lievi della Madonna che diventano una sorta di “cammino dell’anima”, sia la forza salvifica che ne emerge. Venezia, la città armoniosa che salda natura e presenza umana, diventa il grembo materno in cui si verifica questo slancio verso il cielo, questa ascesi che ci coinvolge. Una bianca colomba è là, a significare ancor più il volo cui ci accingiamo con purezza di spirito. Che il miracolo possa ripetersi ancor oggi? Un miracolo di salvezza e di pace?

Anche gli altri quadri di Franca Battain sono nella stessa direzione. La rappresentazione (nel caso la leggenda delle scarpette della Madonna) è finalizzata ad un significato simbolico. Appunto: tutto diventa metafora o apologo. Sotto la pelle così sensibile della pittura si cela la vita stessa: magari attraverso un rito propiziatorio o apotropaico. Il fatto è che bisogna saper leggere, cioé squarciare il velo che ottunde solitamente i nostri sensi. Non a caso un grande mistico spagnolo, Juan de la Cruz, soleva pronunciare dai pulpiti delle cattedrali di Toledo o di Salamanca una frase che certamente colpiva i fedeli: “Non siamo qui per vedere. Siamo qui per non vedere”. Intendeva dire che non dobbiamo limitarci ad esercitare i nostri sensi, ma a superarli: proprio per cercare di “vedere l’Invisibile”, cioé Dio. Nel campo dell’immagine serve appunto qualcosa che vada “oltre”: che non si fermi cioé alla mera seduzione estetica.

Qui sta la scommessa di Franca Battain: La capacità di caricare l’immagine di una forza che è quella dello spirito. Il cosidetto “stile” vien dopo: cioé può arrivare - come in lei è arrivato - spontaneamente nel momento stesso del fare. Anzitutto occorre “credere”. Il racconto che ha per protagonista le scarpette della Madonna nasce da una esperienza lontana: quella delle scarpe del padre, che ella pateticamente ha fotografato in situazioni diverse ma in un contesto sempre di alta intensità emotiva, magari sul lago tra le montagne o sul letto della vecchia casa familiare. Tutto riconduce ad un’unica finalità: persino l’eco di suggestioni popolari come la fiaba di Cenerentola o il film “Le scarpette rosse”. Appunto: il “cammino dell’anima”.

Ecco allora apparire, in un altro grande quadro intitolato “La mezzanotte di Blimunda”, il fascino di un episodio del “Memoriale del convento” di Saramago, con la nitida immagine della scarpetta ingigantirsi nel viluppo del Cosmo celeste. Ecco altre scarpette inserite in una Venezia sognata; e altre ancora legate a reminescenze letterali o sociali (“Donna sotto il burqua”). Ecco la stessa grande istallazione che, pur nell’apparenza enigmatica, riprende il motivo della Vergine, con le orme delle scarpette attorno ad una sintetizzata “scala celeste”: e qui c’é tutta una simbologia dedicata alla “Discesa della Vergine” (la stessa Franca Battain ne chiarisce l’affascinante interpretazione. Note commoventi e note argute; fantasie surreali e meditazioni spirituali.

È chiaro che non basta “cosa” raccontare; ma “come” farlo. Qui si inserisce il discorso sullo stile di Franca Battain. Anzitutto ci troviamo di fronte ad un’artista dall’estrema libertà creativa: un’artista non convenzionale, che ha combattuto le sue battaglie culturali e sociali con rara passione; un’artista colta e, come si suol dire, “impegnata”, poliedrica nelle sue attività, sempre volta ad approfondire le tematiche del dolore, della forza esistenziale, della comunicatività, dell’amore. Una donna di questo tipo non poteva limitarsi, come fanno molte sue colleghe, ad una sigla, cioè alla ripetizione di un motivo di base. La continua creazione è lo stimolo per sempre nuove fantasie.

Quest’ultimo ciclo sul “Cammino dell’anima” ha un’intonazione lirica, certamente di origine spirituale e religiosa. Quindi l’impianto esecutivo sfiora il tono di una favola surreale (e può esservi, almeno in certi quadri, l’eco di Chagall). Il fatto è che l’artista coglie gli spunti dove le sono consentanei. La scarpetta diventa un pretesto: la simbologia che da essa promana si tramuta in energia cosmica, in afflato dello spirito. La pittura talora si fa netta, timbrica, intrisa (e magari ne risalta il rosso delle scarpette); di una luce limpida, con colori vividi talaltra si scioglie come in un pulviscolo, tenera e screziata nei finissimi cangiantismi di tono (ed ecco il diffondersi dei celesti e dei gialli-oro).

È proprio così: Franca Battain sa adattare ogni volta la qualità pittorica all’intento espressivo. Ciò che rimane, indissolubile, è l’impronta personale. Tutto è mutevole nella vita; e noi assorbiamo l’aria (e la cultura) che ci gira attorno. Ma tutto è anche “scritto” nel nostro Dna. Guai a falsare questa “verità biologica”. Franca Battain ci tiene ad essere anzitutto se stessa: con le sue ansie e le sue malinconie, con la sua forza d’animo e con la sua dolcezza, con il suo impegno di donna e la sua nostalgia di un mondo ideale.

Alla fine lo sconcerto iniziale sparisce. Chi si trova di fronte a queste opere ne intuisce il significato e poi via via, sia pur lentamente, lo chiarisce. Quel che appare diventa una testimonianza di fede: quindi un conforto, un balsamo per tutti noi che cerchiamo, affannosamente, la luce dello spirito.

Paolo Rizzi

Venezia 24-03-03

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